Magie di un bambino in una magica città

di Silvan

Mi sono interessato all'illusionismo, alla prestidigitazione fin da ragazzo: da quando cioè, nella mia Venezia, frugavo nelle bancarelle di libri usati cercando quelli di "magia". Forse c'era in me la speranza o la volontà di acquisire virtù e poteri come Mandrake, il celebre personaggio dei fumetti? Può darsi. Comunque quei libri mi hanno insegnato che la magia ha radici profonde e il nostro pensiero non rinuncia mai a un appassionato tributo all'irrazionale, proprio come l'infanzia si lascia trasportare nell'irrealtà magica della fiaba.
Mi capita spesso di recarmi nella mia città natale. E ogni volta, appena esco dalla stazione ferroviaria e mi trovo di fronte lo specchio d'acqua del Canal Grande, che divide lo spiazzo di Santa Lucia dalle Fondamenta di San Simeone, mi manca il fiato per la felicità. I miei occhi si riempiono di gioia scorgendo il convento di suore dentro il quale, quando ero ragazzo, su invito del mio parroco, intrattenevo con qualche semplice giochino le sorelle, facendole esclamare dopo l'esecuzione: "Ma come xe che ti fa?".
Una volta portai dei rudimentali petardi, confezionati tra amici infilando polvere da lancio detta balistite e pasticche di potassio nel corpo vuoto di una chiave da portone. Poi vi infilavamo per metà un chiodo spuntato e lo assicuravamo all'impugnatura della chiave con una cordicella. Tenendo in mano la cordicella a cui era appesa la chiave, la facevamo oscillare finché l'estremità con la capocchia del chiodo non colpiva muri e pareti, provocando un enorme fragore. Il rimbombo era così forte che faceva fuggire le suore... con le gonne insolitamente sollevate!
Tra il baluginare dell'acqua che si infrange perennemente sulla riva di marmo liscio e lucido, disseminata di piccoli ciuffi di verde, salgo con mia moglie e i miei due figli sul motoscafo che ci porterà a casa a San Canciano. Seduto all'interno dell'imbarcazione mi sento piacevolmente accompagnato da un rumore a me caro: lo sciacquio che il motoscafo lascia dietro di sé insieme con la scia bianca e schiumosa provocata dall'elica. Percorriamo così due file di splendidi palazzi, che sembrano finti e fanno pensare per un attimo soltanto a uno studio di Cinecittà, in una fiabesca e irreale beltà. Penso agli immensi saloni con i tipici pavimenti di marmo dai diversi colori, detti "alla veneziana"; penso all'acre odore di cera che emanano. Penso a mia madre e a mia zia Nina e mi torna alla memoria il Sestiere di Santa Croce, San Giacomo dell' Orio. Là sono nato, nella casa che fu di Gaspare Gozzi, il fratello di Carlo, cioè dell'autore dell'"Amore delle tre melarance", di "Turandot" e di tanti fantastici e magici racconti.
Così immerso in questa piacevole esaltazione della fantasia, mi domando perché ho cominciato così presto a interessarmi di magia. La mia famiglia, veneziana da sempre, non ha mai annoverato un prestigiatore; mio padre, Comm. Giovanni Savoldello, al quale ho dedicato il mio recente libro "Trattato di Magia" edito per i tipi della Salani, era un alto funzionario della Polizia lagunare e certamente non ha mai tenuto in mano un mazzo di carte. Quando percorro il Campo di Santa Maria Formosa, con la sua fontana, mi ricordo che, ancora con i pantaloncini corti, coglievo dalla stessa un po' d'acqua nel palmo delle mani congiunte tramutandola "magicamente" in una nuvola di coriandoli che scaraventavo addosso ai miei amici, e poi fuggivo. E loro mi rincorrevano per vendicarsi.
Mi inoltro nella calle che porta al Palazzo Querini Stampalia e mi avvicino alla chiesa dove é custodito il "pentittico" del bergamasco (e veneziano di adozione) Palma il Vecchio, cioè il dipinto con Santa Barbara tra i santi Antonio Abate, Sebastiano, Vincenzo Ferreri e Giovanni Battista.
Sotto lo sguardo di mia moglie Irene, prendo a sfiorare (non posso farne a meno!) il portone chiuso, sbiadito, scrostato e consunto dal tempo, attraverso il quale si accedeva all'Oratorio parrocchiale e al teatrino addobbato con pesanti velluti color bordeaux, in mezzo ai quali mi esibivo. E mi domando chissà dove é finito quel parroco che, quando lessi nel suo pensiero la prima parola di una domanda che aveva scritto e messo dentro una busta sigillata, balzò in piedi dalla sua sedia in prima fila esclamando: "Dio mio no xe possibie!" mentre scrosciavano i miei primi applausi teatrali. E poi e poi...

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